Lo psicoveterinario

La situazione tipica è questa; avete appena traslocato. Mentre spostate metodicamente gli scatoloni da una stanza all’altra senza decidervi a svuotarli, il vostro gatto intraprende un’attività di circospetta perlustrazione della nuova casa e degli immediati dintorni. Una volta raggiunto il marciapiedi prospicente la casa, il gatto, che è circospetto, ma non abbastanza, viene falciato da un bambino in bicicletta che pedala lanciato a velocità autostradale lungo il marciapiedi. Il gatto sopravvive all’impatto ma sembra dolorante e zoppica. Così decidete di portarlo nello studio veterinario che avete notato poco distante.

È qui che fate conoscenza con un esemplare di psicoveterinario. Lui ignorerà completamente la zampetta dolorante e vi subisserà di domande oziose e assolutamente inutili, su quali siano le abitudini alimentari vostre e del vostro gatto, di che colore siano dipinte le pareti della stanza dove il gatto trascorre la maggior parte del tempo, se indugia in atti riconducibili all’autoerotismo oppure se siete voi a indugiarvi. Il veterinario si interesserà di qualsiasi aspetto della vita privata vostra e del gatto, a eccezione del motivo per cui siete lì.

Infatti lo psicoveterinario è visceralmente convinto che il padrone e animale siano inconsapevoli del reale motivo che li ha portati nel suo studio, e che nella ricerca della patologia nascosta si esprima il suo vero lavoro.

Dopo qualche minuto di domande imbarazzanti e superata la comprensibile iniziale sorpresa, comincerete a insistere con una certa irritazione perché dia un’occhiata alla zampa del micio.
Lo psicoveterinario si mostrerà impassibile e vi chiederà se desiderate una tisana calmante o tenterà di vendervi una pietra in armonia con il vostro karma.

È proprio in questa fase che il proprietario dell’animale, e spesso anche l’animale ferito, tenta di aggredire il veterinario. Lo psicoveterinario si riconosce appunto dai caratteristici lividi e tumefazioni che porta stampati in viso. Segni, che in genere sono direttamente proporzionali alla gravità presunta dell’animale portato in studio e alla stazza del suo padrone.

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